go public

a cura di Ilaria Monti (Nomas Foundation)

15.05.2021

La prima volta che.

Sabato 15 maggio roma città aperta ha incontrato per la prima volta il pubblico presso San Lorenzo, negli spazi di Ombrelloni Art Space dove si trovano gli studi di Alessandro Calizza, Arianna De Nicola e Delfina Scarpa, e nello studio di Maurizio Savini presso Piazza Sant’Apollinare, nel cuore di Roma.
Per tutti gli artisti, quelli di sabato sono stati i primi studio visit non direttamente destinati a critici o curatori o in generale a ragioni di lavoro.
roma città aperta introduce, in realtà, tante prime volte per gli artisti, per il pubblico, per la città: è la prima volta che viene tracciata una mappatura della ricerca artistica a Roma, ed è la prima volta che il pubblico ha la possibilità di prenotare una visita presso uno studio come si prenota oggi l’ingresso a una mostra o al cinema.
Chi verrà a visitare gli studi degli artisti? Gli “addetti ai lavori” nel campo dell’arte, gli appassionati, gli studenti, i cittadini che abitano o lavorano in zona?

Il pubblico di sabato era composto da giovani e adulti, studenti di arte e aspiranti curatori, docenti, appassionati d’arte, e curiosi. Salvo pochissime eccezioni, molti non erano mai stati nello studio di un/una artista fino ad ora. Un primo dato riscontrato chiacchierando con chi non lavora nel settore: non avrebbero mai contattato un/una artista per chiedergli di visitare lo studio, come sentendosi fuori luogo o intimiditi. C’è un alone quasi di mistero, un fascino per questi spazi così densi, e ancora tanti luoghi comuni da raccogliere sulla figura e il ruolo degli artisti.
Cercando di restituire una sintesi e per conservare e disseminare le tracce di questa prima esperienza, potrei dire che ho visto gli artisti fare pratica con il public speaking, avendo loro stess* considerato quest’occasione come esercizio utile al proprio lavoro, per essere meglio in grado restituirlo con un linguaggio più diretto e a un pubblico che spesso non conosce affatto la ricerca artistica; potrei dire che a un certo punto c’è stato un interessante “passaggio di testimone”, con Alessandro Calizza che ha invitato una visitatrice a raccontare le opere al suo posto agli altri arrivati dopo di lei – emerge già la dimensione dell’apprendimento, dell’ascolto reciproco, del passaparola a volte così efficace per avvicinare il prossimo ad un’esperienza nuova, e in primis all’esperienza dell’arte. E riporto infine una prima metafora, un primo pezzo di voce dalle conversazioni con il pubblico di sabato:

lo studio di un artista somiglia alla cucina di un cuoco, nel retro di un ristorante, e alcune cucine sono ordinatissime, altre sono quasi sempre a soqquadro, caotiche. E se guardi la cucina di un cuoco, riesci a capire meglio come lavora, come ha preparato quel piatto per te.

Lo stesso accade quando nello studio delle artiste e degli artisti quando lo sguardo si posa sugli strumenti del mestiere. Penso all’Invenzione del quotidiano (1980) di Michel De Certeau, che poneva il linguaggio e l’atto del parlare alla base di ogni pratica quotidiana, dalla conoscenza alla costruzione dello spazio alla relazione con l’altro. Perché non valorizzare, allora, la logica discorsiva anche nell’incontro con gli artisti in questa forma così aperta di fruizione dell’arte, da cui possono nascere inedite e rinnovate narrazioni di luoghi così intimi e densi quali sono gli studi, microcosmi sconosciuti e diffusi nello spazio urbano. Mi faccio raccontare com’è andata la visita, impressioni e percezioni, e lo studio ne esce trasformato in un luogo familiare come una cucina. La relazione e l’esperienza diretta negli studi degli artisti può generare metafore, processi di appropriazione, nuovi sguardi e significati. Non resta che vedere quali.